Hai mai sentito parlare della riabilitazione nel diritto sportivo? È una procedura che promette una seconda possibilità, ma non è alla portata di tutti. La recente sentenza n. 0058/2024 delle Sezioni Unite della Corte Federale d’Appello ha acceso i riflettori su questo tema, evidenziando i criteri stringenti richiesti per superare le sanzioni più gravi, come la preclusione perpetua.
Che tu sia un atleta, un dirigente o un appassionato del mondo sportivo, comprendere i meccanismi di questa procedura può fare la differenza.
Riabilitazione nelle sanzioni sportive: cosa prevede la normativa?
La recente decisione n. 0058/2024 delle Sezioni Unite della Corte Federale d’Appello (CFA) ha fatto luce sui criteri necessari per ottenere la riabilitazione nel sistema di giustizia sportiva italiano, evidenziando l’applicazione rigorosa dell’art. 42 del Codice di Giustizia Sportiva (C.G.S.). Questo strumento, pur rappresentando un’opportunità per il reinserimento di chi ha commesso infrazioni, è subordinato a requisiti stringenti che mirano a garantire il rispetto dei principi di lealtà, correttezza e probità.
Il caso esaminato
Il caso esaminato dalla CFA riguardava un ex allenatore sanzionato per gravi violazioni del regolamento sportivo. La sua richiesta di riabilitazione nasceva dalla necessità di superare una preclusione perpetua imposta in seguito a un episodio di aggressione fisica nei confronti di un arbitro durante una partita del 2012. Nonostante il ricorrente avesse intrapreso attività socialmente rilevanti negli anni successivi.
I criteri per la riabilitazione secondo l’art. 42 del C.G.S.
La normativa prevede tre condizioni cumulative per la concessione della riabilitazione:
- Assenza di vantaggi economici dall’infrazione: Il ricorrente deve dimostrare di non aver tratto alcun beneficio economico dal comportamento sanzionato.
- Condotta incensurabile: È richiesta un’autodichiarazione che attesti una condotta irreprensibile sotto i profili civile, penale e sportivo.
- Garanzie di non reiterazione: Devono sussistere elementi concreti che facciano presumere l’impossibilità di future infrazioni.
Nel caso in esame, la Corte ha stabilito che il ricorrente non soddisfaceva le ultime due condizioni, soprattutto a causa di una recidiva in ambito sportivo.
Inoltre sul terzo punto “il giudizio prognostico richiesto dalla lettera c) dell’art. 42 non può prescindere dal considerare: «- la gravità delle violazioni a suo tempo commesse; – la maggiore o minore incidenza negativa e nel tempo di detti comportamenti sul prestigio e il decoro della categoria a cui il soggetto sanzionato appartiene; – il sincero ravvedimento dell’interessato, deducibile in primo luogo dal riconoscimento delle proprie responsabilità, accompagnato da un ininterrotto impegno che per qualità, concretezza e dedizione faccia ragionevolmente ritenere che la cessazione degli effetti della sanzione propria della riabilitazione assuma il carattere di un provvedimento premiale per l’interessato con vantaggio per l’istituzione sportiva».
6.2. Ebbene, il giudizio prognostico è senz’altro negativo in rapporto alla gravità dell’infrazione a suo tempo commessa, consistita in un’aggressione nei confronti del direttore di gara caratterizzata non solo da ingiurie e minacce, ma anche da veri e propri atti di violenza fisica avendo l’istante attinto il medesimo arbitro con due forti calci”
Le ragioni del rigetto della domanda
La Corte ha sottolineato come la gravità delle violazioni originarie, dimostrino una mancata comprensione della rilevanza dei valori sportivi. Inoltre, la figura dell’arbitro è stata riconosciuta come cardine del sistema sportivo, e qualsiasi atto di violenza nei suoi confronti rappresenta una lesione inaccettabile per l’ordinamento.
Un altro punto critico è stato l’uso improprio dello strumento della riabilitazione per “aggirare” la preclusione perpetua, ritenuto incompatibile con la finalità dell’art. 42 del C.G.S.
Implicazioni per il diritto sportivo e per i professionisti del settore
Questa sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso, che può influenzare futuri casi simili. Per gli avvocati specializzati in diritto sportivo, rappresenta un punto di riferimento per:
- Comprendere i limiti delle richieste di riabilitazione.
- Valutare la strategia legale più adatta per i propri assistiti.
- Promuovere condotte responsabili da parte di atleti e dirigenti sportivi.